Rassegna stampa

Ucraina. Don Gnocchi torna al fronte

15 ottobre 2016, Tracce

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Ucraina. Don Gnocchi torna al fronte
Le reliquie del beato sono state donate alla Diocesi cattolica. A domandarle è stata la locale comunità ortodossa di CL
 
 
 

Che ‘l Signôr fermi la uere / e ‘l gnò ben torni al paîs. Che il Signore fermi la guerra, che il mio bene torni al paese. Le parole del più bel canto alpino risuonano sotto la volta della cattedrale cattolica di Kar’kov, Nord-Est dell’Ucraina. A poco più di 200 chilometri, nel Donbass, si continua a sparare in un susseguirsi di violazioni del cessate il fuoco firmato a Minsk nel 2015. Continua la preghiera in friulano: và palese ‘l gnò destin. Fa palese il mio destino.
A cantare sono le voci del coro Cet di Milano, arrivato per accompagnare le reliquie del beato don Carlo Gnocchi donate dalla Diocesi di Milano alla comunità cattolica ucraina (che comprende le regioni in guerra). Sono state consegnate il 2 ottobre a monsignor Stanislav Šyrokoradjuk dal delegato del cardinale Angelo Scola, monsignor Luca Bressan, vicario per la cultura, carità, missione e azione sociale. Un pezzo del corpo di don Gnocchi torna dopo settant’anni sul “fronte russo”, dove era arrivato per accompagnare nella prova i suoi ragazzi chiamati in guerra. Qui, in Ucraina, il beato formula il suo voto di dedicare la vita a un’opera di carità. Qui nascono le pagine di Cristo con gli alpini che, per questa occasione, l’editore di Kiev Duch i litera ha tradotto e pubblicato insieme a Pedagogia del dolore innocente.
Non si tratta, però, di un’operazione nostalgica. Lo si capisce da un particolare: ai piedi dell’altare, durante la messa, siedono due sacerdoti ortodossi. Uno di loro è padre Ambrosij Makar, archimandrita della parrocchia milanese di Sant’Ambrogio, originario del Donbass.
 
L’inferno di ghiaccio. A chiedere di poter venerare il corpo di don Gnocchi, infatti, non sono stati i cattolici, ma un gruppo di fedeli ortodossi. Sono gli amici che promuovono la ong socio-culturale Emmaus, nata dall’iniziativa di Alexandr Filonenko, filosofo e teologo dell’università di Kar’kov. Da alcuni anni lui e i suoi amici si riconoscono nel movimento di Comunione e Liberazione.
«Don Carlo non riusciva a stare tranquillo mentre i suoi ragazzi morivano in un inferno», ha spiegato Filonenko: «Tutti immaginano che all’inferno ci sia il fuoco, ma Dante insegna che c’è anche il ghiaccio. Don Gnocchi ha conosciuto questo ghiaccio infernale, ma non ha visto solo l’uomo nudo, sminuito. Ha trovato Cristo. Per questo la sua esperienza è importante per noi che viviamo in Ucraina. Abbiamo bisogno di affidarci a questo beato. Chissà che il secondo miracolo per la canonizzazione non arrivi proprio da qui».
Kar’kov è la seconda città del Paese, un milione e mezzo di abitanti, ed accoglie migliaia di famiglie in fuga dall’Est. Qui arrivano anche tanti militari e civili feriti nel Donbass.
“Un cuore più grande della guerra”, recitava il titolo della mostra realizzata dal Coro Cet per il Meeting di Rimini 2015 sull’esperienza dei canti degli alpini. È lì a Rimini che ai membri di Emmaus viene l’idea: mostrare ai propri concittadini come si può, dentro il dramma, restare uomini e desiderare il bene. Poi il collegamento è quasi spontaneo: il cappello con la piuma nera ce l’aveva anche don Carlo, sul quale era stata fatta una mostra a Rimini nel 2010, promossa dalla Fondazione don Gnocchi. Ora quei pannelli, tradotti in russo, sono esposti nella cattedrale di Kar’kov. Per l’inaugurazione è arrivato don Maurizio Rivolta, rettore del santuario che a Milano custodisce il corpo del beato e cappellano del Centro Santa Maria Nascente.
Il coro Cet canta a Kiev, al Conservatorio, a Kar’kov in un teatro e all’ospedale militare. Gli spettatori non risparmiano le standing ovation. Non capiscono le parole dei canti, ma in ciascuno c’è un po’ del colonnello in lacrime di cui racconta Monte nero.
Per le celebrazioni di don Gnocchi arrivano in Ucraina anche gli altri amici della cosiddetta “comunità volante”, ci sono tutti: russi, bielorussi, italiani. Ortodossi, cattolici e protestanti. È l’occasione, dopo la messa per don Gnocchi, per unirsi al pellegrinaggio di CL per l’Anno della Misericordia. Il gesto ha inizio nella cattedrale cattolica. Un canto e un’introduzione di Filonenko che cita il messaggio di don Julián Carrón al pellegrinaggio di Caravaggio del giorno prima. Il testo viene distribuito con l’invito di leggerlo nel trasferimento in pullman verso l’inizio del percorso a piedi. La meta è la chiesetta dedicata al Santo Manto della Vergine nel villaggio di Timchenki, nella campagna ucraina.
 
Con le babuske. All’inizio della processione il parroco padre Potapij fa una osservazione che appare brusca, ma che toglie qualsiasi ambiguità: «Quello che iniziamo a fare non è un gesto né politico, né ecumenico. Si tratta di una processione ortodossa alla quale, come amici, accogliamo gli ospiti cattolici». In testa c’è il crocifisso accompagnato da due stendardi raffiguranti Gesù e la Madonna. Poi tre sacerdoti ortodossi amici della “comunità volante” (uno è padre Makar). Poi il coro. Alcune babuske della parrocchia portano delle icone.
Tra il popolo, circa 250 persone, c’è monsignor Bressan, padre Mauro Lepori, superiore generale dei cistercensi, Roberto Pagani, responsabile del Servizio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Diocesi di Milano. Per tre volte la processione si ferma e si leggono omelie del martire ortodosso Anatolij Zurakovskij e del metropolita Antonij di Surož. È la prima processione ortodossa organizzata da aderenti di CL. Al termine della giornata il commento di Bressan è di stupore: «Molti parlano di ecumenismo, qui lo fate senza rinunciare a qualcosa della identità di ognuno».

 
 
di Luca Fiore
 
 
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